Il Museo


Gioielli sardi “prendas”

Le donne terralbesi normalmente vestivano molto modestamente, addirittura le popolane andavano a piedi scalzi, tanto il detto terrabesu scrutzu. Questo modo di essere era dettato, sia dal terreno sabbioso, sia per la vicinanza al mare, e sia perché pescatori di arselle.
Esisteva nel paese una spe­cie di rigido codice di com­portamento vietante il lusso sfrenato, eccetto nelle festi­vità religiose, civili e comu­nitarie, esempio nei fidan­zamenti, sa gabba de goia, oppure su sposoriu, cioè le nozze. In queste occasioni si dava sfogo nel vestirsi e nello sfoggiare i gioielli di famiglia.

La gioielleria terralbese come d´altronde quella sarda era dettata sia dalla cultura religiosa, che spesso sprofondava nella credenza popolare o magia. Infatti si potevano am­mirare sul decoltè, sulle braccia, alla cinta e alle orecchie delle donne: orecchini, collane, spille, ciondoli, amuleti, ganciere, bottoni di vario tipo e materiale. Gli amuleti sono della tradizione mediterranea di forma zooforme antropo­morfe, fitiforme e simbolica.

Anche il materiale utilizzato è tipico del bacino mediterraneo. Molto venivano utilizzate le conchiglie, data anche la vicinanza al mare, le pietre di vario colore, derivante dalla Fenicia o Egitto; il vetro, denti di vari animali, ossi, pez­zetti di tessuto, materiali vari, purché avessero un significato apotropaico. Il tutto sempre arricchito con materiale pregiato come l´argento e per i più benestanti anche l´oro. Le conchiglie erano molto ricercate per la loro grande somiglianza all´organo genitale femmi­nile.

 

Pagina 1 di 3

Elenco delle pagine: 1 - 2 - 3